45 – I figli so’ piezz’ ‘e core


Blog in italiano  – tempo di lettura:  6 min
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Oggi vi parleremo di come gli italiani veri si preparano e festeggiano la nascita di un bebè!

E chi meglio di Michela ce lo può raccontare? Ovviamente Cubo ha preparato un paio di freddure sull’argomento, che non voglio anticiparvi!😉

Partiamo con i ringraziamenti a tutti coloro che ci hanno scritto e/o sono diventati sostenitori, in particolare: Pavlo da Berlino, Augustine da Madrid, Heiko dalla Svezia, John, Bernard da Parigi, Hugo da Bogotá, Mady da Cartagena e Adriana dal Brasile.

Cubo esordisce dicendo che mettere d’accordo Paolo e Michela su quando registrare questo episodio, è stato un parto! Ovviamente solo metaforicamente! Questa è un’espressione che noi italiani usiamo spesso per indicare la fatica di riuscire a fare o ad organizzare qualche cosa (es: questo trasloco è stato un parto!).

Cosa che non si può dire del parto di Michela che ha dovuto fare una corsa forsennata per arrivare in tempo in ospedale! (notate l’assonanza tra forsennata e forse è nata e farete felice Cubo!).

Altra espressione non di origine italiana ma molto diffusa è che i bambini non li porta la cicogna così come non si trovano sotto i cavoli!

Lo saprà il nostro Cubo, che improvvisamente pare avere voglia di una discendenza?!

Sono espressioni che usiamo anche nei confronti di qualcuno particolarmente ingenuo e credulone (es: ma credi ancora alla cicogna?).

Mentre negli Stati Uniti c’è l’abitudine di organizzare il cosiddetto baby shower (il tradizionale festeggiamento prima della nascita di un bimbo), in Italia è tradizionalmente più diffusa l’abitudine di aspettare la nascita del bimbo e solo dopo (in occasione della visita in ospedale alla neomamma e al piccolo, o nei giorni successivi una volta tornati a casa), portare fiori e doni.

Tuttavia, negli ultimi anni anche da noi è arrivata la moda americana (spopolano le torte fatte di pannolini!).

Da buoni scaramantici, da noi è consuetudine non fare regali nei primissimi mesi di gravidanza, visto che sono i più a rischio, ma solo superato il primo periodo!

Una volta nato il bimbo, di fronte alla vetrata del nido (reparto dell’ospedale in cui sono allineate tutte le culle dei nuovi arrivati) parte il toto somiglianze, come dice Paolo, e parenti e amici nel vedere per la prima volta il piccolo, cercano e trovano caratteristiche fisiche della mamma, del papà, dei nonni e così via! Alla mamma si fanno le congratulazioni e al bimbo magari tanti auguri per una vita lunga e felice!

In ospedale c’è anche l’ufficio dell’anagrafe dove recarsi per comunicare il nome scelto per il nuovo nato, poi nel giro di due o tre giorni, mamma e bimbo possono tornare a casa. Anche nel caso di parto in casa, l’ostetrica che segue il parto rilascia ai genitori un certificato di nascita con tutti i dati del bimbo; entro due giorni si deve portare il documento all’ufficio preposto in ospedale così che, per via telematica, viene poi trasmesso al Comune di residenza che provvederà ad iscrivere il bimbo all’anagrafe.

Solo dopo alcuni mesi, si organizza, nel caso di famiglie cattoliche, il battesimo in chiesa al quale segue un rinfresco a casa o al ristorante con amici e parenti, tra i quali il padrino o la madrina che hanno il compito di affiancare i genitori nella crescita del bambino, che per loro è un figlioccio, soprattutto dal punto di vista educativo e della trasmissione dei valori cristiani.

È consuetudine che in occasione della cresima (sacramento che in Italia si riceve intorno agli 11-12 anni) si confermino la stessa madrina o padrino del battesimo, proprio per dare continuità ad un ruolo di guida, forse più formale che sostanziale che andrebbe certamente riscoperto e valorizzato.

Rispetto al passato, quando a causa dell’elevata mortalità infantile si battezzava il nuovo nato nei primissimi giorni, oggi è prassi attendere anche quattro o cinque mesi così che il bimbo sia più grandicello e la mamma si sia ripresa completamente dal parto e dalle notti in bianco dei primi mesi (notti trascorse dormendo poco o per nulla per accudire e allattare il bebè!) e magari sia di nuovo in perfetta forma!

Per concludere, abbiamo scelto tre espressioni napoletane legate ai figli, che usiamo molto in tutta Italia, non solo al sud:

E figl so’ piezz’ ‘e core”: si traduce in “I figli sono pezzi del cuore” e non c’è bisogno di spiegarlo!

– “Ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja”: letteralmente “ogni scarafaggio è bello per la sua mamma”; ogni madre vede il proprio figlio con gli occhi dell’amore e quindi tende a non vederne i difetti fisici o caratteriali (per quanto brutto, ripugnante possa essere uno scarafaggio, per la sua mamma è bello a prescindere, in quanto figlio!). E come dice Cubo l’amore incondizionato della madre descritto dall’autore Erich Fromm nel libro l’arte di amare.

– “Figlio ‘e ‘ntrocchia”: letteralmente “Figlio di buona donna”, questa espressione, pur essendo letteralmente offensiva, indica un ragazzo sveglio, furbo, “sgamato”. L’espressione ha quindi una sua valenza positiva e per lo più è usata in tono scherzoso, ma resta comunque offensivo dar del figlio ’e ’ntrocchia a qualcuno, stante il significato della medesima parola.

Tagliamo metaforicamente il cordone ombelicale all’episodio e vi salutiamo con l’ultima perla di Cubo: come si chiamano i figli di Alì Babà? Alì…?

Ciaoooooo!!!!!

By Sara🎙🇮🇹

 

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